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Riflessioni su temi di politica, cultura,economia di Giuseppe Ardizzone

20 marzo 2015
C'E' UN FUTURO PER L'EUROZONA?
           

 

Molti di noi continuano a sostenere che non basta lasciare alle sole forze del mercato ed alle poche

risorse dei diversi paesi il compito di assolvere l’obiettivo di un piano di crescita economica e di occupazione dell’area europea. Non basta ancora utilizzare le poche risorse che gli stessi paesi mettono insieme per il bilancio economico europeo .

Molti di noi continuano a sostenere che non basta lasciare alle sole forze del mercato ed alle poche risorse dei diversi paesi il compito di assolvere l’obiettivo di un piano di crescita economica e di occupazione dell’area europea. Non basta ancora utilizzare le poche risorse che gli stessi paesi mettono insieme per il bilancio economico europeo .

Si pone pertanto la questione:

a)      di accettare che l’area euro possa avere un proprio bilancio a debito (ricerca di capitali sul mercato con emissione di eurobonds) con cui finanziare le direttive economiche e programmatiche condivise

b)      valutare la necessità di differenziazione delle strutture di "governance" politica ed economica dell’area euro da quella del resto dell’Europa ridefinendone compiti e limiti e strutture istituzionali e democratiche

c)      Ridefinire le caratteristiche ed i poteri della BCE per consentirle almeno due possibilità d’azione: 1) che fra i suoi obiettivi vi sia anche quello di garantire la piena occupazione nei paesi dell’area EURO 2) che sia il primo garante del debito di bilancio dell’eurozona.

d)      Definire all’interno delle linee di una programmazione europea condivisa una possibilità di spesa comunitaria più articolata che possa prevedere un finanziamento di progetti ed attività gestite direttamente dai singoli stati membri anche in collaborazione fra di loro o in progetti in sinergia con i privati insieme al finanziamento nei confronti delle imprese

 

 

Stiamo parlando di un processo che ormai non può che avere dei tempi di lungo periodo, che comporta la revisione dei trattati, ma che ritengo inevitabile per salvare il progetto europeo e la moneta unica. Partiti europei come il PSE alla lunga non potranno evitare di prendere una posizione forte su questi problemi se non vorranno cedere l’iniziativa politica a chi si porrà l’obiettivo di procedere verso la chiusura dell’esperimento euro.

Nel frattempo, possiamo sperare che le condizioni estremamente favorevoli del momento:

(svalutazione del valore dell’euro, riduzione del costo del denaro, maggiore liquidità del sistema e riduzione del costo dell’energia) possano favorire la crescita dell’intera area trainata dalle esportazioni verso il resto del mondo e dare respiro ai suoi problemi consentendo ai singoli stati membri di trovare maggiori risorse per la modernizzazione della propria struttura economica, l’investimento nella ricerca ed innovazione, una maggiore redistribuzione delle ricchezze ed una crescita dell’occupazione.Per ultimo in questa fase sarà difficile pensare ad un facile riequilibrio delle differenze fra gli stati membri dell’eurozona se non a partire da processi di riorganizzazione e crescita della produttività ottenuti spero e auspico nel segno della redistribuzione interna delle ricchezze.

 




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 20/3/2015 alle 19:6 | Versione per la stampa

4 dicembre 2014
I LIMITI DEL PIANO JUNCKER
  

Juncker ha finalmente fornito maggiori informazioni sul piano di 300MM d’investimenti che dovrebbero rimettere in moto l’economia europea, afflitta da segnali di stagnazione.In realtà, i fondi messi a disposizione del piano sono rivenienti per ca. 14 miliardi da fondi strutturali già impegnati nel bilancio comunitario per il finanziamento dei progetti Horizon ecc. e che sarebbero pertanto dirottati allo scopo. Due miliardi rivengono dalla "riserva" di bilancio e questo sarebbe un aspetto da verificare.Altri cinque miliardi verrebbero messi dalla BEI per la costituzione di un Fondo per investimenti FEIS, che dovrebbe, poi, emettere obbligazioni per attrarre ulteriori capitali privati. Il Fondo, opportunamente rinforzato da questi ipotetici capitali privati, dovrebbe poi intervenire come prestatore di garanzia o con vere e propri finanziamenti diretti nell'erogazione di credito alle imprese, per la realizzazione d'investimenti nelle infrastrutture, banda larga ecc, richiamando ulteriori capitali privati.

L’effetto leva complessivo dei 21 MM iniziali viene calcolato in ca. 15 volte arrivando pertanto a suscitare investimenti per complessivi 315 MM.

La prima questione che lascia perplessi è ipotizzare una leva pari a 15 volte il capitale iniziale posto per la costituzione del Fondo.Non si può pensare che Juncker possa ottenere dal mercato dei capitali i 315 miliardi per finanziare i possibili investimenti. E’ più probabile che si pensi ad un effetto leva prodotto dalla concessione di garanzie, da parte del Fondo al sistema bancario, per la concessione di finanziamenti alle imprese. Anche in questo caso bisognerebbe ipotizzare una sottoscrizione delle obbligazioni da parte del mercato per oltre 10 MM, in modo da avere, adisposizione del Fondo, dai 30 a 40 MM da utilizzare per la concessione di garanzie per i finanziamenti alle imprese in maniera similare a come viene fatto in Italia con il Fondo di garanzia per la PMI, con un effetto leva di ca.dieci volte.

L’operazione prospettata da Juncker si somma, nel panorama europeo, a quella già predisposta
dalla BCE: ”TLTRO “ prestiti a mlt al sistema bancario, con vincolo di destinazione dei fondi al finanziamento delle attività produttive. Questa seconda iniziativa già preannunciata subito dopo l’estate da Draghi sembra muoversi con estrema lentezza. La prima operazione, avvenuta a settembre è stata di ca 82 miliardi di euro. La richiesta prevista per la seconda asta , i cui risultati
saranno pubblicati l'11 dicembre, dovrebbe essre di ca. 145 MM. Il totale delle due operazioni sarebbe pertanto di ca. la metà dell'importo massimo a disposizione, pari a 400 MM. Tutto si muove con lentezza e l’offerta alle imprese dei finanziamenti, con condizioni che dovrebbero essere interessanti, stenta a decollare. La forte percentuale d’insolvenze, già presenti nel portafoglio delle banche, e le difficoltà del mercato stanno scoraggiando sia la domanda delle imprese, sia l’offerta dei finanziamenti nonostante vi sia l’obbligo del rimborso anticipato alla BCE, entro il 2016, in caso di mancata erogazione. C’è da ricordare ancora che entro fine febbraio 2015 devono essre rimborsati da parte del sistema bancario circa 287 miliardi di euro alla BCE relativi alla precedente operazione LTRO. E’ pertanto prevedibile che, salvo maggiori e consistenti acquisti di covered bond e Abs,a parte della BCE, potremmo assistere ad una stabilizzazione del suo bilancio intorno ai 2000 MM di attivo , invece dell’aumento ai 3000 MM preventivati.
Tutto questo suscita le seguenti riflessioni:

1) dove sta lo stimolo alla domanda aggregata, la previsione di maggiori ricavi che può far pensare alle imprese di poter realizzare quei guadagni prospettici tali da consentire un adeguato ritorno sugli investimenti effettuati?

2) perché continuare ad affidare esclusivamente all'iniziativa privata ( all'interno di contenitori
molto generici) il compito di realizzare progetti ed investimenti, con un' azione a pioggia, quando forse bisognerebbe concentrarsi su pochi grandi ed importanti Project Financing a livello europeo, in una sinergia fra pubblico e privato, volti ad ottenere addirittura una leadership mondiale nei settori più avanzati.?

Uno dei problemi più gravi per le imprese è rappresentato proprio dalla mancanza di fiducia sul ritorno dell'investimento.Non si può giustamente generalizzare; ma è evidente che vi sono seri problemi sia in Italia sia nel mercato europeo, se è vero che siamo quasi in deflazione. Siamo di fronte ad un problema di debolezza della domanda aggregata.. L’attuale riduzione dei costi dell’energia può costituire uno stimolo ai consumi; ma, da sola; non è sufficiente a far ripartire l’economia europea.

La proposta storica di Friedmann di "buttare soldi dall'elicottero " nei periodi di deflazione è interessante ma prevede poi che la spesa sia guidata dalle innumerevoli esigenze del cittadino con l'inevitabile dispersione connessa.Se la spesa pubblica dei singoli Stati nazionali è sostanzialmente stabile; se i consumi e gli investimenti privati sono fermi, uno stimolo forte per la ripresa della crescita economica può venire solo grazie ad una rilevante spesa pubblica centrale europea ( almeno 2000 MM finanziati con emissione di bonds sottoscritti sostanzialmente dalla BCE con un’operazione di QE?) come catalizzatore di grandi interventi ( nell'ambito del Piano 2020, in sinergia con i privati)che diano commesse e lavoro in tutta l'area.

La questione non è pertanto uscire dall'euro o restare in una situazione di paralisi propositiva che
aumenta le probabilità di uno scardinamento del processo d'integrazione, ma sollecitare l'intervento politico dei partiti europei perché superino i timori e gli antagonismi nazionali in un'ottica di sviluppo comune.

Che cosa rischiamo? Quali sono le controindicazioni?

In questo momento di deflazione strisciante è probabile che i rischi siano pressoché nulli. E’probabile che l’effetto sul livello dei prezzi possa anzi bloccare le tendenze deflative e contenersi entro l’obiettivo programmatico del 2%. E’probabile inoltre che vi possa essere un indebolimento del cambio nei confronti del dollaro che certo non può dispiacerci, in quanto aumenterebbe la concorrenzialità. delle nostre merci. Non vi sarebbe sicuramente l’effetto temuto dalle popolazioni dei paesi più ricchi di dover mettere mano al portafoglio per aiutare i paesi più poveri.




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 4/12/2014 alle 7:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

6 novembre 2014
Le modifiche dell'art 18 ed il ruolo del sindacato

 

 

Il dibattito sul “Jobs act”rischia di concentrarsi sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, come se fosse in gioco la garanzia contro le possibili discriminazioni nei confronti dei lavoratori.

Come se questo fosse il reale obiettivo delle parti in campo e ci fosse veramente qualcuno interessato ad eliminare le garanzie offerte al lavoratore contro gli abusi della discriminazione, sancite, del resto, anche dal dettato costituzionale D’altra parte, si ha spesso la sensazione che il reale obiettivo di una parte dei commentatori e d’alcuni esponenti delle associazioni imprenditoriali, sia quello di ottenere,attraverso lo scardinamento dell’art. 18, le condizioni per portare avanti quella svalutazione interna del costo del lavoro che, nell’impossibilità di operare sul valore della moneta, sembra costituire, a giudizio di questi,l’ultima spiaggia per arrivare ad una ripresa della competitività delle nostre aziende e dell’occupazione

 Sicuramente, avere a disposizione una risorsa lavoro poco costosa è uno stimolo ad acquisirla.

Allo stesso modo, un imprenditore si preoccuperà sempre di poter disporre di risorse finanziarie a buon prezzo,di non avere troppi adempimenti e regole burocratiche da rispettare, perché
rappresenterebbero un costo forse troppo elevato da sopportare, di avere le conoscenze, le strutture necessarie ed i macchinari opportuni per svolgere la propria attività.Le domande fondamentali che,
tuttavia, qualsiasi investitore si pone sono:

1) c’è un mercato favorevole all’attività che intendo portare avanti?

E ancora

2)quali sono le attività che hanno più possibilità di successo nel mercato in cui opero?

3) chi sono i miei possibili concorrenti ?

4) qual è il mix ottimale di qualità/prezzo che devo proporre?

 A questo punto, la scelta del punto in cui collocarsi, all’interno della catena del valore e della divisione internazionale del lavoro, diventa centrale. Moltissimi paesi hanno puntato su di un bassissimo costo della manodopera senza risultati accettabili; anzi, con fasi storiche in cui sistematicamente il divario verso paesi più sviluppati si è allargato.

E’ quindi certamente importante il costo della risorsa umana e di tutti gli altri fattori di produzione; ma,mettendolo in rapporto alla merce od al servizio d’alta qualità che vogliamo proporre.

Tutto questo, puntando sul fatto che la nostra merce sia nella posizione più favorevole possibile all’interno del rapporto internazionale di scambio con altri prodotti/servizi.Essere al centro dei settori
strategici è la condizione che può consentire, infatti, una crescita stabile e duratura delle condizioni di vita e dell’occupazione; dove la ricerca e l’innovazione svolgono un ruolo centrale e dove, per essere vincenti nel mercato, occorre realizzare un mix virtuoso fra miglior prodotto/servizio e
miglior prezzo.

 Qui, il ventaglio d’opzioni diventa enorme e le scelte sono essenzialmente di natura politica.

Dove vogliamo posizionarci? Quale ruolo vogliamo occupare all’interno dell’attuale divisione internazionale del lavoro? Che passi dobbiamo fare ?

Su questi argomenti e sul ruolo del “coraggio “ e dell’”intelligenza”d’impresa suggerisco la lettura del bell’articolo di R. Prodi dal titolo cercasi angeli con coraggio e senso del futuro”apparso sul Messaggero del 28 settembre c.a.

Ma, torniamo al dibattito sull’art. 18, sulla possibilità del licenziamento economico, sugli ammortizzatori sociali ed il contratto di ricollocamento.Mi sembra che il punto centrale non sia quello di affermare se sia giusto o no che il lavoratore abbia una tutela contro la discriminazione, che lo reintegri nel posto di lavoro. Questo è condiviso da chiunque.

La questione che penso interessi maggiormente al mondo dell’impresa è un’altra: evitare che la protezione offerta dall’art. 18 interferisca sulla normale gestione della risorsa umana e sulle
procedure dei licenziamenti per motivi economici e disciplinari.Per quanto riguarda i motivi disciplinari, penso che si possa trovare facilmente un accordo sull’eventuale condanna ad un risarcimento economico, senza la necessità di richiedere il reintegro come nel caso della discriminazione.Sulle conseguenze che una modifica delle norme contenute nell’art. 18 (eliminando il reintegro in caso di licenziamento economico e disciplinare) comporterebbe, rispetto al processo del licenziamento collettivo, mi sembra che la principale potrebbe essere quella di costringere il Sindacato ad assumere un ruolo completamente diverso. In presenza di un contratto di lavoro che non prevede, nella sua struttura logica, l’indissolubilità del rapporto, l’azione sindacale non può più essere concentrata sulla difesa esclusiva dell’attuale posizione di lavoro o dell’accompagnamento del lavoratore (in caso di chiusura dell’azienda o nell’impossibilità condivisa dell’utilizzazione di tutti i lavoratori in esubero), attraverso vari ammortizzatori sociali, sino al traguardo della pensione.

Il futuro del sindacato diventa invece ormai con chiarezza quello di:

a) assumere un ruolo di cogestione della vita aziendale ( dei suoi momenti di sviluppo e di ristrutturazione), operando per l’utilizzo più produttivo della risorsa umana e per la sua valorizzazione con la necessaria flessibilità( i contratti di secondo livello, gli interventi sulla migliore utilizzazione degli impianti ecc. vanno in questa direzione)

b) contribuire alla costituzione e gestione di una grande fondo del lavoro che funzioni sia come ammortizzatore sociale dei disoccupati, sia come gestore dei processi di ricollocamento nel lavoro degli stessi verso impieghi più produttivi. In sostanza una partecipazione dei lavoratori e delle aziende, insieme alla fiscalità generale, per ottenere le risorse necessarie alla creazione d’ammortizzatori sociali sufficienti allo scopo ed un intervento attivo nei processi di ricollocamento ( sia come controllori dell’efficacia sia con possibile intervento diretto nella creazione di centri per l’impiego)

Questo mi sembra il senso della svolta in atto rappresentata dallo "Jobs act".Un ulteriore aspetto proposto alla riflessione comune è poi quello relativo al problema del demansionamento.Anche questo mi sembra un argomento che affronta aspetti considerati quasi intoccabili.Da un lato non si può non essere d’accordo sulla necessaria tutela dell’esperienza acquisita, della professionalità ed anche dei diritti d’anzianità e di carriera raggiunti, oltre che dei corrispettivi economici conseguenti. Dall’altro, ognuno di noi ha esperienza della possibile rendita di posizione che, inevitabilmente, si tende ad assumere dopo aver conquistato, all’interno della struttura lavorativa, una posizione di potere o dell’obsolescenza d’alcune professionalità, non in grado di aggiornarsi o ancora della tendenza a risparmiare le proprie forze, ormai soddisfatti della carriera raggiunta. In poche parole: “ il sedersi”.

Personalmente, non vedo particolari controindicazioni teoriche sul possibile demansionamento; tuttavia, poiché le sue conseguenze investono persone in carne ed ossa, esigenze, storie e profili professionali, ritengo che si debba anche tenere in dovuto conto il rispetto della persona che si ha di fronte sia dal punto di vista professionale che relativamente ai corrispettivi economici. Non si può pertanto ipotizzare un demansionamento che comporti la discesa di più di un livello professionale di carriera, nell’arco di un periodo di tempo sufficientemente lungo ( tra i cinque e i dieci anni).
Dal punto di vista economico invece non si dovrebbe procedere ad alcuna riduzione dello stipendio. Si dovrebbe considerare il corrispettivo come un “ ad personam”.

Questo concetto, per poter essere praticato, ha bisogno tuttavia di una variazione contemporanea della struttura dei corrispettivi, con un diverso rapporto, rispetto ad oggi, fra una parte fissa ed una parte variabile legata al conseguimento degli obiettivi/ risultati. Se, in sostanza, la parte variabile della retribuzione avesse un peso significativo (ca. 25/30%) non sarebbe indifferente per il lavoratore produrre una prestazione adeguata ad ottenerla e pertanto, pur non penalizzato nella parte fissa, le minori opportunità di ottenere una parte variabile significativa (da legare alla mansione ricoperta) lo motiverebbero ad evitare un possibile demansionamento.

Per concludere, mi sembra che la svolta introdotta dallo “Jobs act” rappresenti un mutamento significativo verso un sistema che coniughi la richiesta di una maggiore produttività del sistema
alla flessibilità della forza lavoro, pur nella sicurezza della continuità del reddito e delle condizioni di vita del lavoratore.

E'’ una sfida che non può risolversi con un semplice decreto; ma, comporta l’adeguamento delle mentalità,dell’atteggiamento delle associazioni datoriali e dei lavoratori, oltre ad un diverso utilizzo degli ammortizzatori sociali.

E’ sufficiente per una ripresa dell’occupazione?No! Non credo.E’ una delle condizioni necessarie ma non sufficienti.Tante altre variabili devono entrare in gioco.

 












permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 6/11/2014 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 agosto 2014
PD E DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
      

Molti di noi sostengono che le possibilità offerte dalla rete non sostituiscono il processo elementare di delega democratica. La democrazia diretta non solo non è possibile a tutti I livelli; ma, non è neanche utile ed efficace, quando la stessa base riconosce la necessità di affidare ad un gruppo dirigente dei compiti diversi e più complessi.. Detto questo, tuttavia, non possiamo dimenticare che la tecnologia ci permette di migliorare il rapporto di partecipazione del cittadino alla vita politica.

Per il momento non mi butterei nel sentiero tortuoso dell'immaginazione di altre strutture istituzionali
permeate dal WEB.Tornerei, invece, a qualcosa a noi più vicino e di cui stiamo già vivendo l'esperienza: l'utilizzo della Rete all'interno dei partiti.

Il PD è stato tra i primi a comprenderne le possibilità quando immaginò che i circoli di base potevano
essere costituiti online, sul territorio o sul lavoro.Abbiamo visto che i circoli territoriali hanno cercato la possibilità di esprimersi anche sul web per cercare un più ampio contatto e discussione con i propri iscritti. Il processo di rappresentanza di questi Circoli continua per vari livelli territoriali, ma con modalità che favoriscono le "correnti" rispetto alla rappresentatività delle strutture di base. Dai Circoli territoriali si arriva comunque per vari passaggi sino all'Assemblea nazionale ed alla Direzione.

Questo percorso diretto è negato invece sia ai Circoli online che a quelli di settore /lavoro. Viene anzi specificato che: il membro di un circolo online deve esprimere l'esercizio del suo diritto di rappresentanza indicando il Circolo territoriale dove intende esercitarlo.

Questo deve essere cambiato. Bisogna riconoscere l'originalità dei Circoli online e di quelli settoriali e dar loro opportuni percorsi rappresentativi.Quello che a questo punto va discusso è il senso originale dei Circoli online, la loro possibile dimensione,il legame o meno con il territorio.

C'è chi pensa che, per la sua propria natura, non vi possa essere che un unico circolo online nazionale e che non avrebbero senso possibili duplicati. Se concettualmente il discorso può sembrare ineccepibile, tuttavia, penso che non superare un certo numero di partecipanti ad un circolo favorisca l'espressione del singolo. E' invece nel coordinamento dei diversi gruppi, nati anche con modalità diverse, che può formarsi una completa sintesi e rappresentanza. Penso quindi che, senza limitare o disciplinare eccessivamente la nascita dei circoli online, debba esserci,invece, una maggiore organizzazione nella formazione del Coordinamento degli stessi Circoli per creare un organismo nazionale valido per le esigenze del partito e all'interno del quale si possano poi individuare dei rappresentanti per l'Assemblea Nazionale.

Un altro punto che vorrei trattare è se sia utile o meno che un circolo online possa avere delle sezioni territoriali o locali. Non vedo in tal caso una reale controindicazione. Anche nel caso di lavoro nel territorio, in concomitanza con le organizzazioni locali del partito, il risultato non potrebbe che costituire un'esperienza positiva per tutti.

L'ultima questione che desidero affrontare è quella delle aree tematiche e dei forum di discussione
nazionale per argomenti. Bisognerebbe valorizzarle opportunamente in una dialettica continua con le strutture organizzative ed i singoli militanti ,facendoli diventare dei veri cantieri di lavoro e di sostegno all'azione politica. Affidando responsabilità e contenuti organizzativi adeguati a tutti i livelli (uno staff tecnico aperto e diffuso che, tuttavia, non rinuncia ad indicare dei responsabili e delle guide capaci di individuare i punti fermi venuti fuori dal dibattito)

Concludendo, penso che i circoli online possano contribuire ad essere una parte della risposta organizzativa a quello che può essere un modello di democrazia partecipativa all'interno dei partiti moderni.

Ritengo che il prossimo passo sia: costruire il processo che porta al Coordinamento dei Circoli online.



 




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 1/8/2014 alle 15:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

8 luglio 2014
Sia fatta Giustizia

 

Nel corso di una recente conferenza stampa tenutasi a fine giugno, al termine di un consiglio dei ministri, Il Premier Matteo Renzi, ha presentato i 12 punti guida di un’urgente riforma della giustizia che, al di là di quelle che possono essere le differenze di natura ideologica, è desiderata dalla maggioranza degli Italiani.

Una riforma della giustizia che ponga fine all’esperienza d’illegalità diffusa e di difficoltà a difendere i diritti della persona e dell’impresa che, sempre più spesso,condizionano la nostra convivenza sociale e l’intero sistema economico. E’, infatti, ormai evidente come questi aspetti contribuiscano in maniera rilevante ad allontanare dal nostro Paese le occasioni d’investimento estero e rappresentino una delle condizioni del progressivo declino dell’economia italiana.

L’illegalità diffusa permette l’affermarsi di atteggiamenti e di comportamenti che mortificano il merito ed,alla fine, minano la qualità produttiva del nostro Paese. D’altra parte,l’esperienza dell’impunità dell’azione illegale disorienta e scoraggia tutti coloro che svolgono un’attività produttiva e che spesso ne sono vittime dirette o in qualche modo coinvolte.Il Governo Renzi desidera procedere in
tempi rapidi a questa riforma , sollecitando altresì lo strumento della partecipazione all’elaborazione delle idee.Il Premier Renzi ha, infatti,chiesto che sui 12 punti della riforma si apra per la durata di due mesi, fino al primo settembre, una consultazione "la più estesa possibile."Per due mesi vogliamo discutere della giustizia in modo non ideologico, sarà una discussione la più filosofica, concettuale e astratta prima di approvare la riforma per coinvolgere l'Italia su questo tema".Tutti possono inviare i suggerimenti al governo, scrivendo all'indirizzo email rivoluzione@governo.it

Non si può non sottolineare con soddisfazione il metodo dell’apertura e della consultazione pubblica adottata da questo Governo; mentre, ci sembra che sia sottovalutata questa possibilità all’interno dei partiti che dovrebbero essere invece gli strumenti principali dell’elaborazione, del confronto e trasmissione delle idee e delle esperienze fra base e vertice. Sarebbe augurabile, infatti, che ad esempio, funzionassero meglio, specie all’interno di un partito come quello democratico, i Forum
tematici o l’utilizzo delle realtà online, facendo in modo che il dibattito coinvolgesse realmente il maggior numero di persone e avesse poi una reale incidenza sull’elaborazione dei contenuti e delle piattaforme del partito.Altrimenti, la partecipazione diventa solo l’ascolto delle osservazioni della piazza da parte del Leader, che poi provvede ad elaborarle con il proprio staff di tecnici.

Certo, meglio che non ascoltare del tutto le richieste delle persone; ma, oggi, grazie alla Rete, le possibilità della democrazia partecipativa, anche per quanto riguarda il tema dell’elaborazione dei contenuti, sono probabilmente più ampie.

Quali sono i dodici punti su cui verte la riforma?

1)2) il primo ed il secondo punto riguardano la riduzione dei tempi della Giustizia civile ed il dimezzamento dell’attuale arretrato stimato in ca. oltre cinque milioni e duecentomila cause. Grazie
all’introduzione del processo telematico l’obiettivo è di arrivare alla sentenza di primo grado entro un anno.

3) Corsia preferenziale per le imprese e le famiglie. L’idea è di dare priorità alla domanda di giustizia avanzata da famiglie ed imprese,potenziando ad esempio il Tribunale delle imprese, al quale potrebbero essere assegnate anche le cause che coinvolgono le società di persone e quelle di
concorrenza sleale. Per il resto, si pensa d’istituire un Tribunale dedicato al diritto di famiglia che potrebbe occuparsi anche di molte controversie sul tema del «diritto della persona».

4)5) CSM: più carriera per merito e non grazie all’"appartenenza " a determinate correnti.Con la frase “ chi giudica non nomina, chi nomina non giudica” Renzi ha poi espresso, in conferenza stampa, la necessità che sia realizzato uno sdoppiamento delle funzioni dell’organo di autogoverno della magistratura. Da un lato, un organismo che proceda alla nomina; dall’altro, un secondo, che ne
valuti la prestazione lavorativa.

6) Responsabilità civile dei magistrati sul modello europeo. Oggetto di ripensamento saranno, in particolare, i meccanismi di filtro e di rivalsa dello Stato

7) Riforma del disciplinare delle magistrature speciali (amministrativa e contabile)

8) Norme contro la criminalità economica (falso in bilancio, autoriciclaggio)

9) Accelerazione del processo penale e riforma della prescrizione con l’obiettivo di evitare che si
arrivi alla decadenza per i termini.


10) Intercettazioni(diritto all’informazione e tutela della privacy). Il Governo auspica un sistema che non pregiudichi le indagini e non impedisca l’utilizzo delle intercettazioni per le indagini ma tuteli la privacy di chi ne è coinvolto indirettamente

11) Informatizzazione integrale del sistema giudiziario

12) Riqualificazione del personale amministrativo.Tra gli obiettivi del Governo è non solo la riqualificazione del personale amministrativo degli uffici giudiziari per valorizzarne le competenze, ma anchequello di colmare le lacune di organico esistente.

 L’obiettivo è ambizioso e condivisibile sia nell’impianto complessivo, sia nella tempistica prevista per la sua realizzazione. Si può pensare che una riforma della giustizia di questa portata possa essere uno dei cardini della ripresa morale,civile ed economica del nostro paese.L’unico punto
su cui soffermerei maggiormente l’attenzione, considerata la disponibilità all’ascolto delle idee espressa dal Governo, è su quello relativo all’accelerazione del processo penale. Sarebbe forse utile, a questo punto,pensare una buona volta a rendere immediatamente esecutive le sentenze ( trannein qualche caso particolare ) già a partire dal primo grado di giudizio.La seconda questione su cui bisognerebbe iniziare una profonda riflessione ( non fa parte dei dodici punti evidenziati dal governo ) è relativa all’ordinamento penitenziario. Oggi, questo è un sistema complesso e lo sconto della pena si articola principalmente fra misure privative e limitative della libertà. Ne deriva un sistema articolato e complesso del quale il carcere è solo un aspetto,comprendendo anche le misure alternative alla detenzione ed un area penale esterna. L’obiettivo è non solo quello dello sconto della pena ma anche di dare vita ad interventi tesi a formare o a consolidare, nelle persone detenute, le attitudini sociali e civili, ai fini della loro risocializzazione..Fermi restando questi obiettivi, tuttavia, andrebbe affermato l’obbligo per tutti della prestazione di un lavoro manuale come cardine della vita carceraria o di qualunque altra forma semidetentiva. Il lavoro manuale di base dovrebbe essere la prima vera base di partenza per qualsiasi ipotesi di pena e di risocializzazione del detenuto accoppiandolo a quello della privazione della libertà.Il lavoro è sempre la prima forma di rieducazione alla socialità e d’altra parte , ho l’impresisone , che sia una cosa delle cose più temute ed avversate da chi preferisce delinquere.

Questi suggerimenti potrebbero forse contribuire a realizzare quella vittoria sull’illegalità diffusa e la corruzione che sono fra gli obiettivi della riforma della giustizia del Governo Renzi.

 

 

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 8/7/2014 alle 6:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 aprile 2014
Problematiche ed opportunità del TTIP

 Il Transatlantic Trade and Investment Partnership – (TTIP) è un accordo commerciale, attualmente in corso di negoziazione, ed ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali e facilitare la libera circolazione di beni e servizi fra l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Oltre alla riduzione delle barriere doganali e dei dazi (già oggi ai minimi storici) è all’ordine del giorno anche quella delle differenze esistenti nei regolamenti tecnici, nelle norme e procedure d’omologazione. I negoziati TTIP mireranno inoltre all'apertura di entrambi i mercati per i servizi, gli investimenti delle aziende e gli appalti pubblici. Gli effetti sull’economia complessiva europea vengono valutati positivamente, e uno studio indipendente del Centro di Ricerca per la Politica economica (CEPR) di Londra afferma che il prodotto interno europeo potrebbe aumentare di ca. € 120 miliardi annui.

Il negoziato sull’accordo è balzato agli onori della cronaca in occasione della recente visita nei principali paesi europei, compresa l’Italia, da parte del Presidente USA, Obama, che ne ha sottolineato più volte i reciproci vantaggi anche facendo riferimento al possibile aumento delle vendite di gas americano in Europa a parziale sostituzione di quello russo.

I principali vantaggi oltre che dalla circolazione delle merci, deriverebbe poi, per ben due terzi, da un taglio della burocrazia e da un maggiore coordinamento fra le autorità di regolamentazione. Il taglio della burocrazia, infatti, consentirebbe la
riduzione dei costi sostenuti delle imprese per rispettare contemporaneamente
le normative europee ed americane. L’altro aspetto forse ancora più importante
è che il coordinamento delle autorità preposte alla regolamentazione la renderebbe più efficace
sia attraverso un processo di reciproco apprendimento, confronto e contaminazione culturale, sia con la riduzione dei costi ispettivi a carico delle aziende. Si dovrà pertanto intervenire sia sulle regole esistenti sia coordinando in maniera efficace la futura attività legislativa.

Da molte parti tuttavia si avanza il dubbio che nel procedere del negoziato si possa accantonare il ruolo svolto dai governi a tutela dei propri cittadini in campi come la
salute, la sicurezza, l’ambiente, la sicurezza finanziaria. Questo è da escludere e c’è comunque da rilevare che si può riscontrare in tutte le dichiarazioni ufficiali un esplicito riferimento al fatto che
L’Unione europea e gli Stati membri manterranno totalmente la capacità di agire per proteggere i propri cittadini dai rischi possibili nei settori citati. Questo è tra l’altro garantito grazie al fatto che tutte le autorità di regolamentazione (quelle che cioè propongono, adottano e/o attuano i regolamenti in discussione) parteciperanno ai negoziati; gli stessi saranno trasparenti e la
Commissione si è assunta l’impegno d’informare regolarmente le parti interes­sate
(ad esempio imprese, sindacati e organizzazioni dei consumatori), consultandole
opportunamente anche in merito a qualsiasi eventuale modifica della regolamentazione.

Ad ulteriore e finale garanzia è previsto inoltre che Il Parlamento europeo e il Consiglio (composto dai governi democratici dei 28 Stati membri) nonché il Congresso degli Stati Uniti dovranno
approvare l’esito dei negozi­ati. Spetterà quindi ai rappresentanti dei cittadini europei ed americani la decisione finale su quanto è stato concordato. Il negoziato non si pone pertanto l’obiettivo di ridurre le garanzie di cui godono oggi i cittadini per facilitare le imprese o l’arricchimento delle multinazionali. Tutte le garanzie verranno mantenute e semmai migliorate. Lo scopo è quello di eliminare le barriere superflue e la duplicazione dei vincoli e delle procedure come è avvenuto ad esempio già con successo nell’attività di autorizzazione dei nuovi farmaci con l’allineamento
delle procedure.

Molte preoccupazioni riguardano per esempio la normativa in materia di OGM e da più parti si avanza l’obiezione che gli USA imporranno in sede negoziale l’abolizione dell’attuale normativa
europea di regolamentazione. Questo non potrà accadere in quanto l’atto legislativo fondamentale dell’UE in materia di OGM non rientrerà nei negoziati e quindi non ne verrà modificato.Tale atto revede la possibilità della vendita in Europa di alcuni OGM a condizione che essi siano stati approvati per essere utilizzati come alimenti, mangimi o
sementi. Le domande sono valutate dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e trasmesse agli Stati membri dell’UE
. Che decidono se approvarle autonomamente..Non vi sarà pertanto nessun cambiamento né sulla valutazione della sicurezza condotta dall’EFSA prima dell’approvazione di un OGM, né sulle procedure che
agricoltori, aziende produt­trici di sementi e commercianti dovranno seguire nella commercializzazione di tali prodotti.

Rimanendo sull’argomento agricoltura c'è da dire ancora che gli Stati Uniti sono interessati a vendere una quota maggiore dei loro prodotti agricoli di base,quali il frumento e la soia, mentre le principali esportazioni dei paesi UE verso gli USA interessano in genere prodotti alimentari di maggior valore come alcolici, vino, birra o di trasformazione come formaggi, prosciutto e cioccolato.ecc.. L'Europa avrebbe pertanto la possibilità di potenziare le vendite agli Stati Uniti dei prodotti alimentari di alta qualità. Al momento, alcuni prodotti alimentari europei, come le mele e vari formaggi, sono vietati sul mercato statunitense; altri sono penalizzati da dazi elevati come quello
applicato sulle carni 3%, bevande 22-23% e prodotti lattiero-caseari fino al 139%. Alla fine i vantaggi e gli svantaggi saranno probabilmente dall’una e dall’altra parte ma dovrebbero migliorare il livello di soddisfazione dei consumatori e la qualità della struttura produttiva di entrambe le realtà.

Uno degli aspetti i più delicati in corso di definizione è forse infine quello relativo alle garanzie nei confronti degli investimenti delle aziende e della composizione delle controversie fra investitori e Stati (Investor to State Dispute Settlement, ISDS).Vi possono essere mille casi (da una possibile nazionalizzazione, al divieto di una produzione ecc) in cui pur alla presenza di un sistema articolato di norme un paese possa non offrire ad un investitore straniero adeguate garanzie di sicurezza del proprio investimento nè la possibilità di ottenere udienza presso un tribunale locale.. In questi casi è necessario che questi possa rivolgersi ad un arbitrato internazionale, per fare una richiesta di risarcimento, grazie ad un’apposita disposizione in materia di ISDS, stabilita nel quadro dell’accordo TTIP.

D’altra parte la Commissione Europea, per garantire anche l’interesse dei paesi membri ha partecipato attivamente all’elaborazione di nuove regole delle Nazioni Unite per la trasparenza dell’ISDS.
In conclusione, si può ragionevolmente sostenere che le problematiche e le preoccupazioni che questo accordo trova all’interno del dibattito italiano sono ben presenti e tenute in considerazione all’interno degli organismi che stanno gestendo il negoziato.
In questo momento, in cui l’Europa sta attraversando una crisi di fiducia e una certa difficoltà a riconoscersi in un’identità comune, questo negoziato cammina invece in un senso contrario e
rappresenta i 28 paesi membri come un unico organismo che riesce a contrattare le condizioni per un miglioramento dei rapporti con la grande realtà economica degli USA.




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 2/4/2014 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

8 febbraio 2014
Un Fondo per il lavoro

La forza e la gravità della crisi economica, che dilania il nostro paese, rende urgente una riflessione strategica su quella che è la sua principale conseguenza: il peggioramento generale delle condizioni di vita e soprattutto l’allargarsi del fenomeno della disoccupazione.

E’ questo il male maggiore per una nazione!

La mancanza del lavoro è forse una delle peggiori punizioni che un cittadino debba sopportare. Non a caso, la nostra Costituzione recita fra i suoi principi fondamentali la caratteristica di essere fondata sul lavoro. Al di là della constatazione della durezza e fatica connesse all’attività lavorativa, pure il
lavoro è trasformazione della materia, esplicazione della creatività, servizio per la società, produzione di ricchezza. Guardandola dal punto di vista individuale è l’attività primaria che consente ad ognuno di noi di godere della propria realizzazione all’interno del consesso civile.

Nonostante tutti i problemi legati alla prestazione lavorativa, questa è la condizione di base da cui partire alla ricerca di un reale miglioramento sia della propria mansione sia delle condizioni lavorative attinenti.In questo momento, così difficile, porre al centro dell’iniziativa politica il lavoro è pertanto un dovere imprescindibile. Reperire le risorse,per mettere in piedi delle misure volte a favorirlo, altrettanto necessario.
Uno strumento utile per affrontare risolutamente il problema potrebbe essere quello della creazione di un fondo specifico nazionale per il lavoro, dedicato da un lato a porre a carico della fiscalità generale una parte consistente degli oneri contributivi e fiscali sul lavoro e dall’altro con il compito di alimentare il processo di sussidio alla disoccupazione, anche di lunga durata, e della ricollocazione all’interno del mercato del lavoro.

Si pensa ad un fondo specifico che possa essere gestito anche all’interno dell’organizzazione complessiva INPS; ma, con gestione separata e risorse ben individuate alimentate da flussi costanti nel tempo.

Oltre a quanto viene già destinato allo scopo, si possono individuare due flussi principali aggiuntivi
di risorse:
1) Il primo riveniente da una tassazione specifica dello 0,20% sulle ricchezze finanziarie detenute dalla famiglie italiane. Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia le ricchezze finanziarie al 2012 ammontano, al netto delle passività, a ca. 2.775 miliardi di euro. Una tassazione aggiuntiva dello 0,20% (pari ad esempio a ca. 200 euro su di un montante di 100.000 euro) darebbe risorse per ca. 5,5 miliardi d’euro annui, con cui si potrebbero finanziare ca.650.000 disoccupati di lungo periodo, dopo i due anni previsti dall’ASPI, con un reddito mensile di 700 euro, legato al vincolo della prestazione di servizio civile/lavoro di base insieme alla continuazione di un percorso orientato alla
ricollocazione lavorativa. La comunità potrebbe disporre in tal modo di una forza lavoro elastica ed
utilizzabile a basso costo per tutte quelle occorrenze di emergenza o di intervento che si rendessero necessarie: dall’edilizia popolare, all’intervento ambientale ecc ecc. Nello stesso tempo il lavoratore, in attesa della sua ricollocazione definitiva, avrebbe un minimo reddito ed un ruolo sociale
attivo.

2) Il secondo riveniente dall’aumento dell’imposizione fiscale progressiva per i redditi superiori a 70.000 euro annui. Tali risorse dovrebbero essere totalmente recepite dal Fondo e dedicate alla riduzione degli oneri contributivi e fiscali sul lavoro sostenuti dalle imprese.Questo secondo flusso
di risorse dovrebbe consentire un incasso annuo di ca. 9 miliardi di euro annui.

Basandoci sui dati IRPEF 2010, sappiamo che l’1,79% dei contribuenti, pari n. 553.059, dichiaravano un reddito compreso fra 70.000 a 100.000 con il 9,56 % imposta totale pari a 14,2 MM
su.redditi complessivi di 38,7 MM. L’1,09 %,pari a n. 336.779, disponeva di un reddito da 100.000 a
200.000, per il 10,20 % sull’imposta totale, pari 15,23MM, e redditi complessivi di almeno 33,7 MM. Lo 0,15% pari n. 46 .345 con redditi da 200.000 a 300.000 per 2,74 % imposta totale pari a 4,09MM con redditi complessivi per 9,2 MM. Lo 0,10 % pari a n. 30897 con reddito superiore a 300.000 per 4,70 % imposta totale., pari a 7,02MM con redditi complessivi per 9,2 miliardi.

Riepilogando, ca. 967.080 persone presentavano redditi superiori a 70.000 euro con un imposta totale a carico di ca. 40,54 MM. Ipotizzando il passaggio dell’imposizione fiscale progressiva dal 43% attuale al 48% per i redditi compresi fra 70.000 e 100.000, al 53% per i redditi compresi fra 100.000 e 200.000 euro,al 58% per i redditi compresi fra i 200.000 e i 300.000 ed al 63% per quelli
superiori a 300.000 è possibile ipotizzare un maggiore introito annuale di ca.9 MM.A tutto questo
andrebbe aggiunta una riconsiderazione generale dello strumento della cassa integrazione che, spesso, nella sua versione “ straordinaria” ed “in deroga”,continua ad assistere aziende ormai entrate in una crisi, spesso senza ritorno,e continua a legare ad esse la sorte del lavoratore. In alternativa, sarebbemeglio destinare queste risorse per allargare l’utilizzo e le disponibilità dell’attuale ASPI.
La creazione di un fondo specifico del lavoro può costituire un’esperienza strategica per la
nostra società. Un passo avanti verso la costruzione di un nuovo modello di
welfare più aderente alla situazione attuale che ci permetterebbe di migliorare sia la competitività delle nostre imprese, riducendone il costo del lavoro, sia la tutela del lavoratore nel suo percorso individuale di ricollocazione nel mercato del lavoro verso il suo impiego più produttivo. Non riteniamo che, grazie alla capillarità dell’intervento, lo stesso possa avere conseguenze negative sulla nostra
economia; anzi, lo spostamento di risorse verso i ceti umili in preda alla disoccupazione, il lavoro e l’impresa dovrebbero favorire sia la competitività delle nostre aziende sia il consumo (in considerazione dell’elevata propensione allo stesso da parte dei redditi più bassi) ponendo quindi condizioni favorevoli per lo sviluppo della domanda globale e del nostro sistema economico.



 



 

 



 



 




permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 8/2/2014 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 gennaio 2014
L'impresa produce valore

 Quando,moltissimi anni fa, una massa enorme di servi della gleba e contadini poveri si riversò nelle strade delle città, costituendo quell’esercito industriale di riserva che fu una delle basi necessarie per il successivo sviluppo della realtà commerciale ed industriale della nuova società, tutti gli studiosi non potevano non notare come l’unica ricchezza posseduta fosse la propria capacità di lavoro.

Queste persone, staccate dall’originario tessuto produttivo, staccate anche dalla comunità in cui erano cresciute, erano prive d’identità e di un rapporto organico con la società. Erano una vera e propria merce. Le stesse condizioni di lavoro ricalcavano, nella città, l’assoluta padronanza della vita delle persone che vi era stata nelle campagne. Nei nuovi tempi, rispetto al passato, queste persone erano libere: si, ma solo di prestare la propria opera senza nessuna condizione, garanzia, diritto.

Chi poteva utilizzare questa merce? Chi ne aveva interesse?

Una nuova classe di persone che disponeva di capitali e poteva avviare commerci, produzioni, servizi. Una classe di persone dinamiche ed intraprendenti che non sopportava più il blocco sociale della nobiltà che aveva la proprietà delle terre e di tutto quello che nasceva o cresceva sulle stesse, comprese le persone.

No, nelle città questa gente voleva essere libera di produrre commerciare e decidere sulla propria vita e disponeva dei capitali per attrarre la forza lavoro, farla uscire dal dominio della nobiltà,all’interno della terra, e utilizzarla come libera merce lavoro. Come non vedere nella prestazione lavorativa, massificata e senza diritti, la completa alienazione dell’uomo? Come non capire,altresì, che solo il suo lavoro costituiva, all’interno del processo di produzione del valore, quel di più, il plusvalore, che permetteva la realizzazione del profitto? Come non legare alla distribuzione ineguale del profitto il concetto di sfruttamento ? come non far discendere da tutto questo la necessaria lotta di classe per liberare l’uomo lavoratore da questa condizione e permettergli di ridiventare persona?

La storia dei secoli scorsi è la storia di questa emancipazione ;ma, anche, di una profonda trasformazione dei ruoli sociali, dei processi produttivi, del ruolo dello Stato.La proprietà dei capitali non è più immediatamente la stessa dei mezzi di produzione e meno che mai, nelle moderne Public Company o nelle grandi aziende, coincide con il
personale adibito alla gestione e organizzazione dell’impresa. Il settore creditizio è il grande mediatore fra risparmio ed investimento.Migliaia di professionalità valutano e seguono i progetti delle imprese ed il loro andamento sul mercato.

I processi produttivi si sono complicati e così anche il lavoro è diventato sempre più portatore di professionalità, trasformandosi da pura merce in risorsa umana. La tecnologia non è più esterna all’azienda. Spesso al suo interno ampi settori di ricerca e sviluppo si occupano dell’innovazione tecnologica. Quasi tutte le attività sono ormai organizzate e non frutto del genio del singolo. Tutto questo per affermare che oggi la combinazione dei diversi fattori di produzione si
realizza unicamente in un luogo di sintesi che è l’impresa. E’ questo il nuovo soggetto sociale. In esso si combinano armonicamente i fattori produttivi: capitale, lavoro, conoscenza,grazie all’azione di persone che, nei diversi ruoli, contribuiscono al successo dei progetti e delle attività Troviamo gli imprenditori accanto ai managers dei diversi settori aziendali, accanto al personale inquadrato ognuno in base al proprio percorso professionale, accanto anche all’organizzazione sindacale e questa enorme macchina deve riuscire a fare in modo che i fattori produttivi a lei affidati siano combinati nel modo migliore e più produttivo.E’ credo esperienza comune capire che, in questa realtà, è interesse della stesa impresa che anche l’ultimo lavoratore si senta parte di un percorso comune e ritenga possibile ed utile la sua crescita professionale. In cosa consiste quindi il processo di produzione di valore? E’ forse appannaggio di una sola categoria di persone o è invece il risultato dell’opera sinergica dell’impresa? E se condividiamo tutto questo ha ancora senso parlare di sfruttamento, d’alienazione e di lotta di classe?

Ne possiamo parlare ancora se il processo dell’impresa è improntato all’ineguaglianza, al malaffare, alla corruzione. Il profitto a questo punto, pur presente, non può rappresentare l’unico strumento valido per valutare la capacità e l’efficienza di un’impresa. E’ necessario valutare i suoi comportamenti sociali, la sua organizzazione interna, la politica di valorizzazione del personale, la politica retributiva ecc. Ricordiamoci sempre che le imprese del malaffare hanno utili e profitti spaventosi realizzati grazie all’uso sistematico della violenza sulle persone e sulle cose.

In che senso dunque può intervenire lo Stato?

Come garante dell’armonia dell’utilizzo delle risorse nel rispetto dei diritti e delle regole stabilite dalla comunità con le sue leggi.Lo Stato pertanto si fa garante non solo del rispetto dei diritti dei lavoratori e della corretta utilizzazione dei fattori produttivi ma anche dell’impatto che l’impresa ha sulla società di cui fa parte. Impatto ambientale e sociale complessivo.Tutte le attività devono essere libere purché, come recita l’art. 41 della Costituzione, siano svolte all’interno dell’interesse pubblico.

Lo Stato può limitarsi a fare da regolatore del mercato per evitare fenomeni di monopolio, oligopolio e mantenerne quindi le condizioni il più possibile vicine alla concorrenza perfetta? No, questa condizione è necessaria ma non sufficiente. Lo Stato ha anche il compito d’individuare, dopo aver raccolto la richiesta politica dei cittadini, tutte quelle attività svolte in oltraggio alla persona umana ed alla sua dignità e proibirle sia in termini di metodologia del lavoro che come tipologia di produzione o servizio. Lo Stato, inoltre, se deve poi lasciare piena libertà al mercato, rinunciando ad una programmazione impositiva delle attività, può agire con lo strumento degli incentivi e disincentivi. In alcuni casi operando o programmando direttamente su tutti quei settori che sono individuati come “ Beni o servizi comuni”. Non ritengo che lo Stato debba in questi casi avocare a se tutte le attività, queste possono essere svolte anche da privati. L’importante è che la programmazione e gli obiettivi del settore siano stabiliti dallo Stato e siano vincolanti per tutti gli attori. Parliamo pertanto di un’economia libera, ma sottoposta all’interesse della società cui appartiene. Un economia sociale che utilizza lo strumento del mercato e se del caso anche quello dell’azione pubblica.

Lo Stato ha quindi la funzione di trasmettere gli obiettivi complessivi che l’insieme dei cittadini, grazie all’espressione politica, comunicano ai propri governanti. Obiettivi di sviluppo armonico della società e delle condizioni di vita delle persone, nel rispetto della dignità e libertà del singolo. Può quindi una comunità non affrontare l’altro tema centrale riconosciuto nella carta costuttuzionale? Può cioè accettare l’inosservanza del diritto al lavoro? Può permettere che questo diritto sia compromesso dalle fasi congiunturali o dall’evoluzione negativa dell’economia? Avremo diritto al lavoro solo in condizioni d’abbondanza? E in quelle di povertà? Il lavoro sarà un lusso di pochi ,come si cantava nelle canzoni popolari operaie del primo Novecento ? O tutto quello che c’è va intanto distribuito il più possibile? Nessuno può ritenere che il lavoro sia una condizione non sempre possibile. E’ vero il contrario il lavoro è l’unica condizione che DEVE essere sempre possibile, al di fuori delle evoluzioni economiche di una società. In questo caso, grazie alla redistribuzione fiscale e al credito debbono essere assicurate condizioni minime di lavoro per tutti. Più che un reddito di cittadinanza, un reddito
minimo di lavoro. Lo Stato deve agire come datore di lavoro d’ultima istanza nei confronti della disoccupazione di lunga durata per cui non si sono realizzate le condizioni per l’inserimento, con ammortizzatori sociali legati ad una prestazione lavorativa di base che dia almeno la possibilità di vivere e con alloggi popolari che consentano di avere un tetto per tutti. Su questi punti e sulle politiche sociali vi è stata una relativa superiorità dei regimi socialisti.In un periodo di profonda crisi
come questo l’attività minima può essere proprio quella edilizia: la costruzione di case popolari, di nuove carceri e di centri d’accoglienza per gli immigrati realizzate da disoccupati, carcerati ed immigrati. Ognuno di questi con un diritto di prelazione sull’assegnazione di quello che ha contribuito a costruire.

Oggi la rendita immobiliare e finanziaria ottengono una fetta troppo grande del PIL ed in qualche modo rendono più difficoltosa la vita di chi lavora. Una riduzione degli affitti del 30/ 40% consentirebbe a molti giovani lavoratori precari di tentare una vita autonoma e di provare a farsi una famiglia. Una seria concorrenza da parte di un’agenzia dello Stato a cui i proprietari di appartamenti potessero
conferire i propri immobili per l’affitto, accettando un reddito più basso in cambio della sicurezza del fitto e della piena disponibilità del bene, in caso di bisogno, sarebbe possibile e produrrebbe un effetto “ calmiere”sul mercato. La stesa agenzia potrebbe utilizzare la manodopera di cui parlavo prima per avviare un importante piano
di case popolari sul territorio o per ristrutturare allo scopo parte del patrimonio immobiliare pubblico.

Anche il settore finanziario deve essere maggiormente tassato su tutte le operazioni speculative, Si deve estendere anche in Europa e in Italia il tentativo di riforma che il progetto Volcker sta realizando negli USA con la separazione dell’attività d’investimento da quelle commerciali e di erogazione del credito. Si deve dare respiro a tutti i
titolari di operazioni di debito a mlt ristrutturando il capitale residuo su tempi significativamente più lunghi, predisponendo un provvedimento in tal senso e riducendo il più possibile il tetto massimo degli “spreads” applicabili sui tassi di riferimento.

Per concludere desidero sottolineare come l’economia e l’organizzazione sociale moderna vedano nella sinergia fra impresa e Comunità –Stato il circolo virtuoso per lo sviluppo.Altrettanto importante è la nostra collocazione internazionale.Siamo
di fronte ad una società globalizzata e non possiamo rinunciare all’unica possibilità che abbiamo oggi d’incidere in qualche modo, grazie all’appartenenza alla Comunità Europea. E’ importante che si stabiliscano delle regole di reciprocità all’interno delle Nazioni, che si
prendano opportuni accordi sulle regole dei commerci, sul rispetto
dell’ambiente, sui diritti della persona e del lavoro per evitare danni comuni e la concorrenza sleale. Solo in una dimensione europea oggi possiamo sperare di avere una presenza efficace nel mondo.











permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 15/1/2014 alle 22:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 dicembre 2013
Con sudore e lacrime
           

Un nuovo corso per il PD, e speriamo anche per il nostro paese, inizia dal risultato delle primarie dell’otto dicembre 2013.

Dopo un anno d’attesa, Matteo Renzi conquista la carica di Segretario del più grande partito progressista italiano, con oltre il 67% dei voti ed un forte distacco rispetto ai suoi concorrenti: Cuperlo e Civati.Il primo discorso del nuovo Segretario ha avuto i toni della determinatezza e della voglia di un cambiamento radicale, espressi con la forza di una giovane generazione che chiede di poter scrivere una propria pagina di storia.

Subito, un rinnovamento istituzionale e della politica che permetta il risparmio di un miliardo d’euro. L’abolizione del Senato, di metà dei parlamentari e delle Province. Subito, la riforma della legge elettorale. Subito, ancora, una riforma degli ammortizzatori sociali che consenta, finalmente, una tutela generalizzata per tutti coloro che rimarranno senza lavoro, insieme con un percorso di reinserimento. Subito, una sburocratizzazione della macchina statale, delle regole del lavoro edun’ulteriore riduzione del cuneo fiscale che rendano una vita più facile per chi voglia fare impresa ed attirino maggiori investimenti dall’estero.

Sembra un quadro radicalmente nuovo della nostra politica, caratterizzata, da sempre, dal mantenimento di rapporti di forza alla fine paralizzanti e contrari ad ogni cambiamento.La situazione è grave e lo dimostra la presenza, proprio in questi giorni, di una diffusa e pesante protesta che un rinnovato movimento dei Forconi “ rimpolpato” da altre associazioni, gruppi e categorie, sta portando in tutto il territorio italiano.
I toni e le azioni di questi movimenti risultano pesanti per la vita dei cittadini e inutilmente radicali; come se, distruggere tutto o chiedere l’occupazione delle istituzioni (da parte di chi? E veramente a questo punto con quale legittimazione!) avesse una qualche possibile utilità sia per chi protesta che per il resto della popolazione.

Pesanti sembrano in questi giorni gli atteggiamenti di un’opposizione che, da Grillo a Berlusconi, civetta irresponsabilmente, per proprio calcolo, con certi atteggiamenti estremistici, antistituzionali ed antieuropeisti.

Quanto dovremo dolercene!?!

La strada del cambiamento realizzata attraverso la responsabilità, la partecipazione ed il duro lavoro, prospettata da Renzi ai suoi elettori ed al Paese, è certamente meno affascinante; ma, come sempre, non ci sono scorciatoie.L’Italia ha bisogno di rialzare la testa, di ritrovare la strada della crescita, di riscoprire le proprie eccellenze ed offrire alle nuove generazioni la speranza di un futuro basato sulla dignità del lavoro, del merito e della persona.

Tutto questo non accadrà senza sforzo; ma, con sudore e lacrime.





 




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10 novembre 2013
BCE e crediti alle imprese

 

La recente misura, di riduzione del costo del denaro allo 0,25%, stabilita dalla Banca Centrale Europea è stata vista con generale consenso da parte di tutti gli osservatori. E’ il livello più basso, mai attuato in ambito europeo, e testimonia la volontà della BCE di tentare, in ogni modo, di dare una spinta alla crescita, spezzando le prospettive di una sostanziale stagnazione del sistema economico.

Dopo le precedenti manovre LTRO, è possibile che questa misura sia preparativa di una nuova operazione che tenti di arrivare questa volta al finanziamento delle imprese.

Il sistema bancario, ed in special modo quello dei paesi del Sud Europa, ha, infatti, poco utilizzato le passate operazioni per allargare il credito alle imprese;utilizzandolo, al contrario, da una parte per intervenire in aiuto della collocazione del debito pubblico dei singoli Stati nazionali e dall’altro per tamponare i propri problemi d’immediata liquidità, riducendo il costo della provvista.

Il mercato interbancario è ancora troppo condizionato dal rischio Paese ed il Credit Default Swap delle Banche del Sud Europa condiziona fortemente il loro costo della provvista.

L’alto livello di rischiosità dei finanziamenti, legato alla difficoltà generale del quadro economico, scoraggia poi l’erogazione del credito, con un ulteriore effetto depressivo sull’attività delle imprese

Tre problemi si pongono quindi perché il sistema bancario ritorni a svolgere un ruolo di grande polmone del credito e quindi della ripresa economica dell’area:

 1) il prezzo della provvista;

2) il problema della consistenza patrimoniale e dell’adeguato rapporto fra volume complessivo dei prestiti e la riserva d’obbligo prevista sia dai criteri di Basilea che dall’EBA;

3) rischiosità del prestito, all’interno di un quadro di riferimento economico difficile, e obbligo di allargare i criteri di concessione (ad esempio anche in presenza di perdita economica dell’esercizio precedente),tendendo conto dell’obiettivo del rafforzamento dell’equilibrio finanziario delle imprese

 La possibile decisione di una nuova operazione di finanziamento della BCE al sistema bancario, a tassi ulteriormente ridotti e finalizzato al prestito alle imprese, può essere importante per aggirare il problema complessivo del costo della provvista; ma; perché questo costo ridotto possa arrivare sino al finanziamento dell’impresa e del consumo, è necessario che la Banca possa avere quei parametri patrimoniali che le consentano di operare.

Pensare di sottostare ai tempi di una progressiva patrimonializzazione, avrebbe dei tempi troppo lunghi per essere efficaci.

La strada alternativa può essere quella di combinare il prestito della
BCE al sistema bancario a quello, ben maggiore, nei confronti di un organismo europeo in grado a suo volta di erogare direttamente il credito alle imprese: La Banca Europea degli Investimenti.

La stessa, oltre a ricevere direttamente un prestito dalla BCE, dovrebbe a sua volta godere di un’adeguata ricapitalizzazione da parte del bilancio europeo per consentirle di assumere i rischi d’insolvenza legati alla concessione del credito.

Prendendo ad esempio le modalità dell’ultima operatività della legge
488 in Italia, con le modifiche suggerite dall’allora ministro Tremonti, si potrebbe ipotizzare che, fatto cento l’ammontare complessivo del finanziamento da concedere ad un’impresa di un qualsiasi Paese europeo, il 60% venga erogato direttamente dalla BEI, al tasso agevolato concesso dalla BCE più lo 0,25%, condizionato all’erogazione d’ulteriore finanziamento concesso in proprio dalla
Banca a cui il cliente finale si è rivolto, per il rimanente 40%.

Tale Banca agirebbe pertanto come valutatore complessivo del cliente ma avrebbe a proprio carico solo il rischio relativo alla parte del finanziamento erogato. Potrebbe utilizzare inoltre il prestito messole a disposizione dalla BCE a tasso particolare.A fronte di tale utilizzo, la Banca avrebbe l’obbligo di applicare uno scarto a proprio favore compreso fra lo 0,50%. e il 2%, in base alla rischiosità del cliente .

Dal punto di vista patrimoniale questo 40%, a rischio pieno della Banca, potrebbe essere ridotto ulteriormente con l’intervento ad esempio di Fondi di garanzia messi a disposizione dai singoli Stati nazionali.

Tale intervento ridurrebbe la necessità della riserva d’obbligo, in quanto il rischio coperto dal suddetto Fondo di garanzia verrebbe conteggiato a valore zero.

Ipotizzando ad esempio un intervento del 50% di un Fondo di garanzia, il rischio a carico della Banca sul finanziamento, posto 100, che arriva all’impresa, sommando quello della BEI più quello della stessa Banca, sarebbe in realtà del 20%. A fronte di questo ammontare, la riserva d’obbligo necessaria non supererebbe prudenzialmente in ogni caso il 15%.

In sostanza, l’impegno del patrimonio della banca del singolo Stato nazionale, a fronte di un finanziamento complessivo per un’impresa pari a 100, sarebbe di ca. il 3%.

Presumibilmente l’impegno reale finanziario per il singolo Stato nazionale, a fronte del possibile rischio d’insolvenza dell’operazione
garantita, potrebbe ammontare allo stesso 3%.
Se ipotizzassimo pertanto un operazione di complessivi mille miliardi il peso sui diversi Stati nazionali dell’area euro ammonterebbe a complessivi ca. 30 miliardi.

Lo stesso potrebbe essere considerato in termini di patrimonializzazione per il sistema bancario; mentre, il peso più grosso andrebbe a carico della BEI. Anche in questo caso, considerato un necessario incremento del patrimonio responsabile pari al 15% del rischio a carico, l’intervento a carico del bilancio comunitario sarebbe di ca.105 miliardi, che porrebbero essere recuperati attraverso un’adeguata rimodulazione dei fondi stanziati.

E’ una strada possibile? Noi pensiamo di si, Anche se non semplice e priva di difficoltà e di possibile resistenze. Soprattutto, consentirebbe all’intero quadro economico europeo di ritornare ad usufruire di una spinta propulsiva da parte del credito per l’investimento, oggi paralizzato dai problemi suesposti.

La ripresa della domanda aggregata sospinta in primo luogo dagl’investimenti produttivi e quindi dall’occupazione conseguente e dalla ripresa dei consumi potrebbe spezzare il circolo vizioso in cui
siamo entrati. Tutto ciò è realizzabile con l’impegno di tutti ed avrebbe il pregio di non prescindere dall’assunzione del rischio e della responsabilità da parte d’ogni singolo attore del processo.






permalink | inviato da Giuseppe Ardizzone il 10/11/2013 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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